brown wall
“Ogni elemento, non importa la provenienza, può servire a creare nuove combinazioni. […] Tutto può servire. Non c’è bisogno di dire che si può non soltanto correggere un’opera o integrare frammenti diversi di vecchie opere in una nuova; si può anche alterare il senso di questi frammenti e modificare a piacimento ciò che gli imbecilli si ostinano a definire citazioni”. G. Debord
“Il consumo è allo stesso modo, immediatamente, produzione. […] Durante la nutrizione, che è una forma di consumo, l’uomo produce il proprio corpo”. K. Marx
“Denunciare, criticare il mondo? Ma non si denuncia nulla dall’esterno, bisogna prima abitare la forma che si vuole amare o criticare. L’imitazione può risultare sovversiva, molto più di tanti discorsi frontali che gesticolano la sovversione”. N. Bourriaud

La realtà è una faccenda ottusa e forse è per questo che sembra attrarre tanto. Un’empatica similitudine ci fa desiderare quello che sembra assolutamente appartenerci proprio come destino. Sapere, sapersi, misurarsi, osservarsi. Pare che la cosa migliore sia essere strumento di misura o di perlustrazione perché tutto va annotato e ordinato. L’ottusità dello sforzo è proprio nell’orizzonte dell’azione, così prevedibile e costretta in una catena di cause ed effetti che sembra condurre ad un riduzionismo irreversibile, un po’ come piegare e ripiegare un foglio; la passione per la realtà fa perdere spazio, riducendo la portata di ogni desiderio ad una constatazione, un tentativo o una falsa partenza. La realtà è lo status quo, quello che è il tavolo per la minestra, un punto di appoggio, un substrato, una solida posizione nello spazio? Ma non si può credere che guardandosi le scarpe il tempo passi più veloce o con più leggerezza che guardando fuori da sé e più in alto. Nella realtà vedo morire il tempo, perdere le cose, cadere la testa dal sonno; non mi interessa sapere di più della mia trama o di quello che mi piace e mi fa compagnia. La realtà me lo svela, mi porta via con sadismo ogni mistero per un’apparizione o per una fuga; mi spiega tutto, mi evidenzia con pedante lentezza ogni particolare mentre lentamente enumera quello che ho già visto per riportarlo nel corso delle cose ammutolendo ogni risata ed ogni malizia. Non si sfugge, non c’è trucco, non vedo gioia nella concretezza terrena della realtà. Tutto pare previsto come un piano di volo, ogni momento è un limite tra due estremi che si lasciano velocemente ed indifferentemente, come salire e scendere una parabola di cui si ha ogni coordinata ma di cui si ignora il motivo, la spinta, la conclusione. La realtà di chi si immerge in un liquido ha l’immagine di un solido che si fa spazio in una cavità che sempre si richiude e si riapre, ma appena usciti dalla piscina, tutto torna condivisibile e lo spazio è solo una questione di tempo per raggiungersi. Mi torna in mente Robbe-Grillet e la sua realtà enunciativa, le sue misurazioni, le azioni compiute nello sfaldarsi del tempo, la descrizione così minuta di ogni istante e della sua ripetizione in parti ancora più corte, per descrivere azioni ancora più minime e irrilevanti, fino a produrre una montagna di non avvenimenti che descrivono un’azione che assolutamente poteva anche non svolgersi ed anzi proprio per quello mai avvenuta al di fuori della descrizione stessa. Ecco la realtà come stato comune che conforta la comune possibilità di esistere, senza unire o allontanare, il ci di esserci; e allora? Quello che ho imparato e che mi piace vedere è proprio tutto quello che della realtà si fa gioco, quello che sempre sembra altro, che simula e si fa imprendibile, quello che non ha un programma e che quindi è più difficile da sorprendere in un agguato. Il sogno della realtà rigenera noi mostri, probabilmente.
(Amedeo Martegani, da L’Ulisse, n.3.)
(Image: Amedeo Martegani, Scoglio, 2002, scultura in ceramica, 10 x 16 x 11 cm, Galleria Monica De Cardenas, Milano.) (Post già apparso su G A M M M.)

Quel che ci parla, mi pare, è sempre l’avvenimento, l’insolito, lo straordinario: articoli in prima pagina su cinque colonne, titoli a lettere cubitali. I treni cominciano a esistere solo quando deragliano, e più morti ci sono fra i viaggiatori, più i treni esistono; gli aerei hanno diritto di esistere solo quando sono dirottati; le macchine hanno come unico destino quello di schiantarsi contro i platani: cinquantadue week-end all’anno, cinquantadue bilanci: tanti sono i morti e tanto meglio per l’informazione se le cifre non fanno che aumentare! Dietro a un avvenimento ci deve essere uno scandalo, un’incrinatura, un pericolo, come se la vita dovesse rivelarsi soltanto attraverso lo spettacolare, come se l’esemplare, il significativo fosse sempre anormale: cataclismi naturali o sconvolgimenti storici, conflitti sociali, scandali politici… Nella precipitazione che abbiamo nel misurare lo storico, il rivelatore, non dimentichiamo però l’essenziale: (more…)

[This document seeks to lay a foundation for the conservation of our "virtual architecture", the environments and places that make up the synthetic worlds of video games. More commonly referred to as "levels", "maps" or "worlds", these environments are the stage for players’ experiences in video games. Unfortunately, little has been done to protect, catalogue and analyze these game spaces, but such conservation is necessary in order to provide reference material for study. The goal of the Convention is to provide a framework for this vital preservation work, and to encourage further academic study of the principles of level design and the architecture of synthetic worlds.]
by Mario Gerosa, with the collaboration of Sam Shahrani (Indiana University)

Noi non abbiamo soltanto un modo di vivere che tutti dovrebbero seguire. Dovremmo avere tutta una varietà di modi e poi dovremmo avere anche la possibilità di altri modi ancora, rispetto a quelli che pensavamo, in modo tale che ognuno possa vivere come intende vivere, invece che come altri pensano che debba vivere. Dovrebbe vivere come ha bisogno di vivere.
La gente tende a farsi delle idee di ciò che ritiene interessante, e sarà un numero di cose molto limitato perché l’immaginazione delle persone è pigra ed esse preferiscono fare poche cose piuttosto che molte e si accontentano di farne una sola per un tempo straordinariamente lungo.
Ogni volta che uno parla nozionisticamente, con esattezza, su come qualche cosa andrebbe fatto, tu ascoltalo, se puoi, col massimo interesse, sapendo che il suo discorso descrive un’unica linea in una sfera di attività potenzialmente illimitate, che ognuna delle misure che lui ti dà esiste entro un campo spalancato all’esplorazione.
(John Cage, da Lettera a uno sconosciuto, a cura di Richard Kostelanetz, Socrates, 1996.)
(Image: Rinko Kawauchi, from "Utatane", 2001, Little More Co. Ltd., Tokyo.) (Post già apparso su G A M M M.)
(Image: Andreas Gursky, 99 Cent, 1999, Matthew Marks Gallery, New York, and Monika Sprüth Galerie, Cologne.) (Post già apparso su G A M M M.)
Le strutture che percepiamo come immobili si muovono, i muri che ritenevamo impenetrabili saranno penetrati, le strutture saranno trasformate e noi riguarderemo questo momento come si guarda indietro agli anni ’50, ’40, ’20, come singolari periodi di transizione tra tecnologie.
(Image: Steven Pippin, New Constellation, 1999, metal, glass, plexi glass, video, motor, various materials, ca. 160 cm; Gavin Brown Gallery, New York.) (Post già apparso su G A M M M.)


I.
Vittoria porge dei regali a Carlo. I regali sono un orologio nuovo e un paio di occhiali da sole. Va verso la sala e si versa da bere, si siede, beve. Carlo dice qualcosa di irrilevante. Si interrompe, ride e riprende a parlare. A cena Carlo mangia o non mangia. Si siede, si alza […].
II.
Qual è la cosa migliore da fare? “Ho deciso di mentire”, o non trova le parole. Non depone le aspettative, i suoi pensieri la riguardano. Come ora. “Cosa vuoi da me? Carlo”. “Vittoria. […]”. Risponde che riceve sostegno emotivo.
III.
È solo per trovare la situazione giusta, “ho tutto il tempo e le parole che voglio”, a parte l’aspetto contento. Carlo si siede e si alza. “Che altro?”. Ha chiesto Vittoria. La bella vita, tempo di stagione, ritorno come previsto. E ora quella che considera una necessità: Vittoria. Trentanove anni, sveglia e rilassata, non stanca, ma rilassata, ha desideri sul modo in cui le dedica attenzione. D’un tratto, oppure con dolcezza, o con prudenza. Carlo non si affretta a rispondere, sta pensando se questo non è uno schema fisso anche per lui, leggibile, come il suo aspetto, benvenuto come il sesso.
IV.
Carlo apre la bocca e parla […]. La guarda per un attimo, le sorride. Lei gli sorride. Vittoria lo bacia a lungo. Un’impressione di sicurezza: sesso senza restrizioni, verso sera, estate, toni remissivi.
(Images: Patrick Tosani, from Têtes vues du dessus, 1992, tirage cibachromes, from Milano Europa 2000, Triennale, Milano, 2001.) (Post già apparso su G A M M M.)

La libertà artistica di cui godiamo oggi ha i suoi aspetti positivi e negativi. La tradizione dell’avanguardia, nell’arte come in architettura, paradossalmente mirava a ridurre la libertà formale attraverso dei precetti ideologici, anche se si fondava sul principio della libertà artistica. Questo accade anche nelle accademie. Ma ora che molta gente non accetta le censure del pensiero tipo dell’avanguardia, abbiamo guadagnato un’immensa libertà. Ovviamente ci sono aspetti molto positivi che ne derivano, ma anche risultati deprimenti. Non una brutta arte, ma la migliore arte mediocre mai avuta, ciò che Catherine David ha definito "arte light".
(Da Immagini d’architettura. Architettura di immagini. Conversazione tra Jacques Herzog e Jeff Wall, a cura di Cristina Bechtler, Postmedia, 2005. Image: Corrado Sassi, Clan: Beach, 2002, tecnica mista, 3,00 x 2,00 x 2,20 m, Villa Medici, Roma.) (Post già apparso su G A M M M.)
1

(Image: Do-Ho Suh, Who am we?, 2000 (detail), four-color offset print on paper 25 sheets each, 61 x 91,4 cm, Lehmann Maupin Gallery, New York.) (Post già apparso su G A M M M.)